Il 13 febbraio è la Giornata mondiale della radio

Il 13 febbraio è la Giornata Mondiale della Radio, proclamata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO fin dal novembre 2011. L’Assemblea Generale dell’ONU accoglieva la proposta ed individuava proprio il 13 di febbraio perché primo giorno di trasmissione della Radio delle Nazioni Unite.

Il 13 febbraio si ricorda l’importanza di questo mezzo di comunicazione in continua evoluzione, sempre seguito da centinaia di milioni di persone nelle sue tante forme tecnologiche. E sempre utile.

Un giorno arrivò la televisione. E i soliti profeti della tecnologia proclamarono la fine della radio, fino ad allora signora incontrastata dei media. Poi arrivò Internet. E i soliti profeti sentenziarono l’ennesima fine della radio.

Invece no, questo strumento che deve la paternità a un italiano, Guglielmo Marconi, è ancora più che presente nella vita di tutti i giorni di centinaia e centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Nei modi più svariati, utilizzando tecnologie e tecniche comunicative vecchie e nuove. Fra tradizione e innovazione. La radio, insomma, è capace di adattarsi ai cambiamenti e di sfruttare anche internet (con lo streaming o il podcast sul cellulare) e pure la televisione dove la radio si ascolta e si vede, con il Dj che diventano anche personaggi televisivi.

Per questo ogni anno, il 13 febbraio, si celebra la Giornata mondiale della radio, promossa dall’Unesco, che quest’anno ha per argomento la diversità.

La diversità, oltre a quella della tecnologia, può essere quella dei contenuti e degli obiettivi. Si va dall’emittente comunitaria a quella commerciale. Da quella specializzata che trasmette solo rock jazz o informazioni economiche, alla radio generalista con tante canzoni, chiacchiere e qualche spazio informativo.

Ma ci sono anche tante differenze a a livello geografico e sociale. Le vecchie onde medie, ad esempio, oggi sono poco usate in Italia, ma sono ancora ben presenti e ascoltate in Paesi come Spagna e Stati Uniti, nonostante le nuove tecnologie. In Norvegia invece sono state abbandonate da tempo. Anzi in questa nazione nordica sono state lasciate anche le FM, a parte le radio più piccole locali, ed ora il grosso della programmazione radiofonica viaggia sul digitale, il Dab+. L’esempio della Norvegia sarà seguito presto dalla Svizzera.

In Italia il digitale invece fatica ad avanzare mentre le FM sono sovraffollate, mancando anche una programmazione nazionale e regionale delle frequenze. A Milano, ad esempio, più radio possono essere ascoltate su due o più frequenze, con la riduzione dello “spazio” disponibile per nuove radio e uno spreco energetico per ogni singola emittente.

In altri Paesi, e non sono pochi, la radio è ancora l’unico mezzo, almeno in certe aree, per rimanere informati su quello che accade nella regione e oltre. Lo streaming telefonico, ad esempio in molte zone rurali africane o asiatiche, o in luoghi devastati dalle guerre, non è spesso accessibile, o comunque non è affidabile oltre ad essere costoso.

L’Onu, sottolinea come la radio sia un mezzo di comunicazione a basso costo, particolarmente adatto per raggiungere comunità isolate e persone vulnerabili (gli analfabeti, le persone con disabilità, i giovani, i poveri). «Fornisce a tutti, indipendentemente dal livello di istruzione, l’opportunità di partecipare al dibattito pubblico», evidenziano le Nazioni Unite.

In più, in luoghi come il Burkina Faso, ad esempio, dove esistono oltre 154 emittenti, il legame della popolazione nei confronti di questo strumento resta forte perchè permette alle persone anche nelle zone più remote di conoscere ciò che fa notizia nel paese.

Dunque, nonostante l’evoluzione delle tecnologie e dei modelli di consumo, la radio rimane una voce. Una voce che sembra parlare solo per noi. «Con questa giornata internazionale – spiega il Segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres – rendiamo omaggio al potere duraturo della radio, che contribuisce alla promozione della diversità e alla costruzione di un mondo più pacifico e unito».

Durante la fase di riorganizzazione dei media vaticani i vescovi africani fecero sentire la propria voce perché non fossero chiuse le trasmissioni in onde corte, che in Occidente sono usate sempre meno. Fecero notare che era l’unico modo per portare la voce del Papa in tante aree remote e povere del loro continente.

Oggi sul mercato si trovano molti tipi di “radioline” con le onde corte a costo molto basso e queste frequenza permettono di raggiungere aree remote anche da distanze notevoli. La richiesta dei pastori fu ascoltata e attualmente la Radio Vaticana è sempre attiva sulle onde corte in particolare per coprire determinate aree. Non solo africane. Ad esempio sono diverse le trasmissioni verso l’Asia in cinese, vietnamita, hindi, malayalam, tamil ma anche russo. E poi ci sono le trasmissioni in arabo.

È bene ricordare che un ascoltatore, ad esempio della Radio Vaticana, via internet può essere facilmente individuato dalle autorità governative. (Ma anche bloccato, come può esserlo quello via satellite). E che in determinati casi l’ascoltatore può trovarsi la polizia in casa, con le consegue immaginabili in alcuni Paesi poco tolleranti anche sul fronte religioso.

Il fatto che le comunicazioni, non solo radio in streaming ma anche via social, su Internet possano essere “intercettate” con l’individuazione degli ascoltatori e bloccate, fa sì che ancora oggi, come ai tempi della Guerra fredda, le campagne di propaganda politica passino ancora in parte sulle onde radio, onde medie e corte in particolare.

Gli Stati Uniti, solo per fare un esempio, finanziano tuttora diverse emittenti che “sparano” parole e musica contro quelli che Washington considera dei nemici. Come Radio Martì che trasmette in modo massiccio verso Cuba. Oppure Radio Farda, in farsi, destinata al territorio iraniano. Ma c’è anche Radio Liberty, già molto attiva dal 1953, che continua ad operare in onde medie dalla Lituania con trasmissioni per ascoltatori in Russia e Bielorussia.

La radio è utilmente coinvolta, infine, nei sistemi di comunicazione di emergenza e nell’organizzazione dei soccorsi in caso di calamità. I collegamenti tramite il cellulare possono venire a mancare per il danneggiamento dei ponti telefonici (che sono sempre una forma di radio). Nel caso della tragedia di Rigopiano, nel gennaio 2017, non fu possibile chiamare col telefonino l’albergo per chiedere come andasse. Passò del tempo prezioso prima che scattassero i soccorsi. E anche i soccorritori in avvicinamento non erano in grado di comunicare con quelli dell’albergo. Per questo molte baite e rifugi in montagna sono dotate di radio ed esistono dei canali di emergenza.

La Protezione civile conta anche sul lavoro di gruppi di radioamatori addestrati a ristabilire le comunicazioni, utilizzando le frequenze più opportune, in caso di calamità naturali. Ad esempio in caso di terremoto tra i municipi e prefetture per coordinare al meglio i primi soccorsi, che spesso sono decisivi per salvare le persone rimaste sotto le macerie.

fonte: Avvenire.it

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