Peppino Impastato 40 anni dopo e la straordinaria freschezza di Radio Aut

Quarant’anni fa la mafia uccideva Peppino Impastato. Era il 9 maggio del 1978 e l’attivista siciliano, appena trentenne, veniva ucciso a Cinisi, il paese in provincia di Palermo nel quale aveva fondato Radio Aut, emittente libera e autofinanziata in cui sbeffeggiava e denunciava crimini e attività di Cosa Nostra. Dopo un lunghissimo iter giudiziario, durato decenni, per l’omicidio sono stati condannati il boss Gaetano Badalamenti e il suo vice Vito Palazzolo. La figura di Impastato, riportata alla ribalta dal film “I cento passi”, è diventata negli ultimi anni uno dei simboli dell’antimafia, dando vita ad associazioni in suo onore, iniziative e lotte per la legalità.

Vi proponiamo qui su lamiaradio l’articolo, uscito oggi sul Sole24ore, a firma di Roberto Galullo.

Fosse stato ancora vivo, Peppino Impastato sarebbe stato con molte probabilità un pioniere della comunicazione antimafia nel web con la stessa forza e la stessa lungimiranza con le quali, nel 1977, fece irruzione nel mondo dei media con “Radio aut”. Dalle remote frequenze siciliane – fu tra le primissime radio libere in Italia dopo la sentenza n.202 della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976 che liberalizzò la trasmissione via etere in ambito locale – lanciò la sua grottesca e per questo temibile e concreta guerra a Cosa nostra.

Verosimilmente, con lo stesso sguardo lungo e anticonformista, il figlio di famiglia mafiosa – nato a Cinisi (Palermo) il 5 gennaio 1948 e assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, nel corso della campagna elettorale nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, con una carica di tritolo sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia – sarebbe stato anche tra i primi a fare ricorso ai social e alle diavolerie comunicative del mondo Internet per lanciare la sua sfida ai mafiosi.

Sì, c’è quasi da convincersi che sarebbe stato un pioniere anche in questi campi, lui che, mentre la Sicilia borghese e collusa dormiva sonni profondi per paura o interesse, nel 1965, appena diciassettenne, fondò il giornale “L’idea socialista” e aderì al Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria). Non gesti qualunque, lui che aveva un padre (Luigi), inviato al confino durante il periodo fascista, uno zio e altri parenti mafiosi e il cognato del padre (il capomafia Cesare Manzella), ucciso con una Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo nel 1963.

Un antesignano in tutto. Anche quando, appena ventenne, nel 1975, costituì il gruppo “Musica e cultura”, che svolse attività culturali (cineforum, musica, teatro e dibattiti). Solo due anni dopo fondò “Radio Aut”, autofinanziata, con cui denunciò delitti e affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, a partire dal capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, soprattutto attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica che si faceva beffe di mafiosi e politici.

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Onda pazza a Mafiopoli
Nel documento programmatico di Radio Aut era stata impressa la cifra dell’impegno di Impastato e dei suoi compagni d’avventura. Il primo livello era quello dell’informazione e della controinformazione, «che si presenta immediatamente come momento di rifiuto e di ridimensionamento dell’informazione di regime e del monopolio dell’industria del consenso (Rai Tv, stampa e mass media in genere). La notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta, in maniera amplificata, al sociale stesso senza filtri o interventi manipolatori: nel caso di accesso a fonti differenziate (agenzie, notiziari) si pone un problema di rielaborazione e di verifica nel sociale. Tutto questo presuppone un uso molto ampio di registrazioni dal vivo e una notevole disponibilità di presenza politica. Per quel che riguarda la selezione della notizia il criterio di priorità viene indicato dalla collocazione che una radio si è data all’interno della dinamica dello scontro politico e di classe e dalle esigenze del sociale ad emergere autonomamente. Centrale, a questo “primo” livello, è la creazione di un forte movimento di opinione non scissa dalla crescita di ogni momento di contropotere».
Onda pazza era la punta di diamante di questo schema che faceva strame di silenzi, omertà e paure nella sua terra. Era una «trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali» e perfino la sigla era una pungente e arguta presa in giro: «Facciamo finta che…», di Ombretta Colli. Il ritornello della canzone del 1975 proseguiva, infatti, con «tutto va ben, tutto va ben…». In onda tutti i venerdì sera, «rappresentava il momento di più diretto contatto con i problemi della realtà locale, che venivano gonfiati ad arte e proiettati in una realtà apparentemente al limite dell’assurdo, ma, in effetti, drammaticamente presente», ricorda ancora oggi il compagno di avventure politiche e giornalistiche Salvo Vitale.
Cosi Cinisi diventava Mafiopoli, il corso Umberto I era corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano era Geronimo Stefanini, il vice Franco Maniaci era Franco Maneschi «della sinistra avanzata, ma non troppo», Gaetano Badalamenti era “Tano Seduto”, Giuseppe Finazzo era don Peppino “percialino” (a causa della cava di pietrisco o “perciale” del quale era proprietario con il fratello), un tecnico comunale era l’ingegner “marpionese”. «La rassegna potrebbe continuare all’infinito – scrive ancora Vitale – perché in realtà non si risparmiava nessuno speculatore né di Cinisi né di Terrasini, e venivano costantemente denunciati tutti i piani di utilizzazione dell’amministrazione pubblica a fini personali. La trasmissione era per lo più affidata all’improvvisazione dei suoi tre o quattro collaboratori, si contava soprattutto sul fatto che Peppino era sempre in possesso di notizie freschissime e riservate. Nei periodi di maggior successo la gente ascoltava “Onda pazza” anche nelle radioline dei bar e si sbellicava dalle risa, mentre i direttamente interessati se ne stavano con l’orecchio incollato agli apparecchi, per non perdere una parola che avrebbe potuto ledere la loro onorabilità».

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I depistaggi
La storia di Peppino Impastato – come accade quasi sempre per le vicende più torbide del Paese – è costellata anche di stranezze iniziali che più tardi sfociarono in veri e propri depistaggi (rimasti irrisolti).
Forze dell’ordine, magistratura e stampa parlarono inizialmente di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima.
In un fonogramma l’allora procuratore aggiunto di Palermo Gaetano Martorana scrisse di istinto: «Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore. Di conseguenza le indagini vengono espletate tenendo presente sia l’ipotesi del suicidio sia quella dell’attentato dinamitardo». La scoperta di una lettera, scritta molti mesi prima, completò il quadro: l’attentatore era un suicida.
I compagni di Peppino Impastato, si legge sulle carte del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato onlus” fondato nel 1977 da Umberto Santino e Anna Puglisi, intitolato a Impastato nel 1980 – vennero interrogati come complici dell’attentatore, vennero perquisite le case della madre e della zia di Impastato, dei suoi compagni e non quelle dei mafiosi e le cave della zona, molte delle quali gestite direttamente o indirettamente da mafiosi, nonostante che una relazione di servizio redatta da un brigadiere dei carabinieri dicesse che l’esplosivo usato era esplosivo da mina impiegato nelle cave.
Sui muri di Cinisi un manifesto riportò, invece, che si trattava di un omicidio di mafia. Un altro manifesto a Palermo riportava questa scritta: «Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia».

Le indagini
L’11 maggio il Centro siciliano di documentazione di Palermo presentò con altri un esposto alla Procura di Palermo nel quale si sosteneva che Peppino Impastato era stato assassinato. La mattina dello stesso giorno si svolse un’assemblea alla facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, con l’intervento del docente di Medicina legale in pensione Ideale Del Carpio, che smontò la tesi dell’attentato e del suicidio.
Nel pomeriggio dell’11 maggio a Cinisi il comizio di chiusura della campagna elettorale che doveva fare Peppino assieme a un dirigente nazionale di Democrazia proletaria, venne svolto da Umberto Santino, che indicò nei mafiosi di Cinisi, e in particolare in Badalamenti, i responsabili del delitto. In quei giorni i compagni di Peppino Impastato raccolsero resti del corpo e trovarono delle pietre macchiate di sangue nel casolare in cui era stato portato e ucciso o tramortito.
Il 16 maggio la madre di Peppino, Felicia Bartolotta, e il fratello Giovanni, inviarono un esposto alla Procura indicando Badalamenti come mandante dell’omicidio.
Piccolo miracolo: gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo (da morto) al Consiglio comunale.
Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, presso cui si costituisce un Comitato di controinformazione che nel luglio 1978 pubblica il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio 1979, nel primo anniversario del delitto, il Centro siciliano di documentazione organizzò, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, alla quale parteciparono 2000 persone da tutta Italia.
Nel maggio 1984 l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emise una sentenza, firmata dal Consigliere istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconobbe la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Peppino, nel volume “La mafia in casa mia” e il dossier “Notissimi ignoti”, indicando come mandante del delitto Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York nel processo Pizza Connection. La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi disse a una parente: «Prima di uccidere Peppino devono uccidere me» ma il padre Luigi, muore nel settembre del 1977 in un incidente stradale.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo inviò una comunicazione giudiziaria a Badalamenti e nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decise l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venisse interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.
Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentarono un esposto nel quale chiesero di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno dello stesso anno, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indicò in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta venne formalmente riaperta e nel novembre 1997 venne emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
Il 10 marzo 1999 si svolse l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti venne stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiesero di costituirsi parte civile e la loro richiesta venne accolta.
Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinunciò all’udienza preliminare e chiese il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiese che si procedesse con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vennero respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

fonte: sole24ore.it

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