Angelo De Robertis a Lamiaradio: “I miei primi 36 anni a 105”

  • Ottobre 11, 2017
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Oggi Lamiaradio vi propone l’intervista ad Angelo De Robertis, direttore artistico di 105. Una vita  passata nell’emittente di Largo Donegani e  iniziata nel lontano 1981 come disk jockey. Da allora, De  Robertis, che in realtà di cognome fa Colciago, ha potuto vivere la radio in tutta la sua evoluzione, con i cambiamenti dei vari decenni, gli speaker, la tecnologia che avanzava e tanto altro. Siamo stati negli uffici milanesi di Radio Mediaset dove con il direttore di 105 abbiamo fatto un tuffo nel passato ripercorrendo i primi anni di 105, i passaggi che lo hanno portato da dj a direttore, il successo di programmi discussi come lo Zoo e Tutto esaurito. Un pensiero sulla radiovisione e la sinergia con la tv. Le web radio, il mercato musicale radiofonico, il Radio Costanzo Show e molte altre curiosità.

36 anni a Radio 105, un vero record. Si sente un po’ come Totti?

Se dovessi fare un parallelo calcistico, mi sentirei più un Maldini che Totti, perché sono milanista. Altrimenti Del Piero se fossi juventino, Zanetti se la mia fede fosse interista. Ma più che sentirmi, credo sia importante quello che il mondo della radio pensa di me, perché ho sempre giocato con questa maglia in tutti i ruoli possibili.

In tutti questi anni, qual è stato il processo di evoluzione della radio a cui ha assistito? E quale  il  cambiamento più grande che ha visto?

La radio si è allineata ai cambiamenti, perché è sempre rimasta quella cosa lì. E’ sempre stata la tua compagna di giornata, che ti fa da sottofondo, ti racconta una bella storia, l’accessorio che scandisce i momenti della tua giornata. Adesso si fa su internet, una volta l’unico modo era la radio di casa, o del salotto, ufficio. Poi sono arrivate le autoradio, ora ci sono gli smartphone, ma comunque la radio è quella. Parlare al cuore, pancia e testa della gente.

Come ha vissuto il passaggio da disk jockey a direttore?

Ho visto l’evoluzione del sistema di gestione delle radio. Una volta le radio erano dei momenti di ritrovo, l’alternativa al bar o alla piazza. 105 è nata perché il fratello di Hazan, che era il titolare che ha inventato questo progetto, si ritrovava spesso con la sua compagnia a  trasmettere musica. Con dei semplici trasmettitori potevi avere degli ascoltatori, una diffusione. Successivamente ho vissuto il passaggio da allegra brigata ad azienda. 105 forse è stata la prima. Ha inventato reparti che non esistevano, non c’erano ufficio musica, redazione programmi. Per i radiogiornali non esisteva una redazione giornalistica, prendevi i ritagli di giornale e il disc jockey li leggeva. Non c’erano i software di programmazione, nulla. C’era il dj, il ragazzo che sceglieva quattro dischi e andava in onda. Poi sono arrivati gli organigrammi veri, i fatturati. Una volta la pubblicità si vendeva per conoscenze personali. Poi sono arrivate le concessionarie. Personalmente ho sempre visto, come qualità da tenere d’occhio, la capacità di fare più cose. Se fossi stato solo un disc jockey, forse avrei smesso e avrei aperto una pizzeria o una assicurazione. Più conosci i meccanismi della radio e più hai vita lunga. Io non mi considero leader come frontman, sarò bravo per determinate caratteristiche ma non frontman vero, ho sempre avuto la curiosità di capire il dietro le quinte. E organizzare il lavoro di chi andava in onda e di chi secondo me poteva avere numeri maggiori per fare il frontman. E da lì il percorso, la programmazione musicale all’ inizio la scrivevamo a mano tutta la giornata, disco per disco e poi la consegnavamo. Altro che computer che hai tutto fatto, è un altro tipo di difficoltà. Ho iniziato così a fare il manager in radio.

                     105

Un bilancio dell’ultimo anno di 105, quello del passaggio a Radio Mediaset

E’ stato bello, siamo entrati in una dimensione molto importante, ci siamo sentiti una responsabilità, per le nostre carriere e per i progetti che stavamo seguendo da anni, io sono direttore da 15 anni. Però molto difficoltoso, ci ha comprato un’azienda che di musica non ne ha mai masticato. R101 prima era di Mondadori, nemmeno di Mediaset, per loro è stato comprare qualcosa che non conoscevano. E per noi conoscere come funziona una azienda, che è un ministero, perché Mediaset è un impero. E quindi far parlare un’azienda che prima era artigianale con una multinazionale, quasi. Prima era a conduzione familiare, l’editore faceva tutto, il marketing, il commerciale, l’artistico. Ti confrontavi con lui e con due persone di fiducia e avevi finito. Qui invece devi fare diverse richieste, tante dinamiche che sono  per la tv, carta stampata e altro, per la radio non vanno bene. Ci siamo inventati uffici, reparti confrontandoci con chi ha un certo tipo di gerarchia, struttura aziendale. Una bella scommessa, c’è tutta una parte editoriale che si rispetta. Il timore degli ascoltatori era vedere una Mediaset che arriva e inizia a piazzare i suoi personaggi, i suoi programmi,  le sue cose. In realtà lo facciamo a livello di scambio di visibilità, loro promuovono i nostri  programmi della radio e noi facciamo lo stesso con quelli televisivi però c’è un grande rispetto dei reciproci palinsesti e contenuti.

Spesso si finisce  per associare 105 solo allo Zoo  o a Tutto esaurito. Le pesa questa cosa e  le preme sottolineare la forza anche  di altri programmi o può andar bene così?

In realtà è una cosa logica fin dall’ inizio, due pilastri importanti su cui abbiamo costruito la palafitta. Tutto è partito dallo Zoo e da Tutto esaurito. Non avevamo gli strumenti necessari per far capire che quei due pilastri facevano parte di una radio importante. A volta si è parlato di più dello Zoo che di 105. I numeri lo dimostrano, non abbiamo solo quei due programmi, ne abbiamo tre, e nei primi 10 ne abbiamo 5. Abbiamo creato uno stile, seguendo i maestri Galli e Mazzoli, è nato  un cliché che poi abbiamo consegnato anche altri altri dj. Riconosci il nostro stile sia se parla Galli che l’ultimo arrivato anche se i jingle sono sempre diversi.

Come Salvaderi, è contrario anche lei alla radiovisione o pensa che programmi come lo Zoo potrebbero giovarne?

Loro sono degli artisti in grado di far divertire, di saper comunicare, creare contenuti. La loro bravura in radio andrebbe misurata anche con altri media. Ma non è così automatico. La stessa cosa messa in tv non ha gran senso, significa solo occupare un monitor nei grandi magazzini, bar, locali. E’ più un’operazione di marketing che di contenuto, dai visibilità a un prodotto che è la radio. E’ intelligente nella misura in cui uno non accende più la radio perché non ce l’ha, piuttosto ha un pc o un monitor, allora se gli fai arrivare la radio lì dentro è la migliore soluzione, ma per ascoltarla non vederla.

In questo ultimo anno c’è stata una sinergia con la tv, come nel caso di programmi quali Amici, Isola dei Famosi, Big Show e altri. Sarà sempre più forte?

Stiamo iniziando a capire quale può essere il punto di incontro che dia valore ad entrambi. E’ difficile perché siamo all’opposto. Un inizio che andrà fatto con altri criteri e molto meglio. Se prendiamo Sarabanda di Papi, in quell’ambito abbiamo fatto un passettino in avanti. Avevamo uno studio, mandavamo in diretta il programma televisivo e loro ci hanno fatto diventare un contenuto. Altre possono essere delle partnership, la sinergia è da studiare e da lavorarci, compatibilmente con i due ministeri, tv e radio.

I grandi network sono spesso accusati di  trasmettere la stessa e solita musica. E’ vero?

Noi siamo la radio che di musica ne fa meno rispetto agli altri. Di fatto il sistema ci impone di trasmettere determinata musica. Le cose più riconosciute e immediate per il pubblico. Per cui se ho nell’orecchio la canzone dell’estate, se è un tormentone dell’estate, non posso far finta di niente. Che sia la radio che ha lanciato quel pezzo o no, poco cambia. Una volta ci si poteva permettere di avere maggiore identità musicale. La cosa della musica tutta uguale è un po’  voluta dalle case discografiche. Ma non a pagamento, come pensano tanti. Loro immettono nel sistema questi fenomeni in tanti modi, con le pubblicità televisive, con i concerti e con altro. La radio utilizza questo sistema perché pensando a un’abitudine d’ascolto che mediamente porta l’ascoltatore medio a sentire radio per un’ora al giorno, si pensa che sia intelligente mettere in quei 60 minuti le quattro, cinque canzoni che lui conosce e che vorrebbe sentire. Si va per esclusione e si vanno a prendere quelle più sicure, che sono alte in classifica, un circolo vizioso. Una scelta che viene fatta per andare incontro all’ascoltatore, che è venuto per sentire la radio, ma non per scoprire musica nuova, o artisti. Ci vorrebbero un po’ più di programmi specializzati, o comunque ci sono le radio verticali come Virgin o Radio Italia che hanno un altro tipo di responsabilità e hanno altra attenzione. Però le radio generaliste suonano le hit perché è giusto farlo.

                     angelo de robertis in radio

Uno speaker che ha amato particolarmente in questi 36 anni.

A parte i figli miei che ho nei palinsesti e per cui parlerei sempre bene, dal primo all’ ultimo… Ho iniziato questo lavoro sentendo Leonardo Re Cecconi, non credo di essere l’unico addetto ai lavori ad affermare che fosse il numero uno. Lui era il fenomeno. E’ venuto purtroppo a mancare, ha chiuso male il rapporto con la radio, come spesso accade ai fuoriclasse. Se devo fare altri nomi,  Gianni Riso ha cambiato la radiofonia, Terenzi, lo Zoo, Albertino, forse un po’ Linus ma Re Cecconi era speciale.

E di quelli di 105?

Galli e Mazzoli che mi hanno fatto penare. Senza di loro avrei gli occhi azzurri e i capelli lunghi e biondi.

C’è davvero massima libertà allo Zoo e a Tutto esaurito?

Loro dicono quello che vogliono nella misura in cui sanno cosa devono dire e conoscono il pubblico che stanno servendo. Noi guidiamo la loro libertà, consegniamo l’autonomia. Interveniamo se c’è da intervenire, il filtro delle regole non serve, per fare questo ci vogliono dei fuoriclasse, non puoi farlo con dei disc jockey qualsiasi. Tante volte abbiamo dei problemi non con Galli e Mazzoli, ma con quelli “minori”, ai quali dobbiamo consegnare la stessa autonomia e non la sanno gestire. Anche quella è una palestra. Questo ci porta ad avere l’80 per cento dei disc jockey del panorama nazionale che vorrebbe venire a lavorare con noi. Pensano che c’è un palco che ti viene consegnato e ti puoi esprimere. Ma gestire l’ autonomia non è facile, non è come un campo da tennis che prenoti dalle 2 alle 4 e giochi.

Un consiglio a uno speaker che sogna 105

Come un giovane calciatore che sogna il Milan. Deve fare la trafila, che è complicata, ci vuole tanta fortuna. Noi abbiamo tre ragazzi nuovi, abbiamo inventato un concorso, loro hanno vinto, stiamo cercando di integrarli. E come in tv, la gente si affeziona alle voci storiche, con le new entry è difficile. Devono trovare altri sistemi per esprimere il loro talento e poi arrivare alla radio. Ma è difficile che la radio ti dia la possibilità di esprimere un talento che forse non hai.

A proposito, del talent Rds Academy cosa ne pensa?

Bella operazione di marketing, dà visibilità al brand, come dire “apriamo ai nuovi” ma poi gli speaker non pervenuti, prima o poi qualcuno dovrà venire fuori altrimenti diventa un problema. Noi ci siamo inventati gli Autogol che abbiamo preso dal web, proviamo a fare delle cose. Il nostro  palcoscenico è molto diverso. Ci siamo costruiti un rapporto con il pubblico che ci permette di osare, altre radio non possono farlo. Una volta c’erano le radio locali che potevano rischiare di più, avevano altra responsabilità. Non avevano fatturati importanti da portare a casa, non avevano i competitor. Adesso purtroppo non ci sono più. Le web radio hanno preso il loro posto ma non sono la stessa cosa. Vorrei trovare un nome alternativo alle web radio. Perché quelle cose lì  sono web ma non sono radio. Non sono radio ma non in senso negativo o con disprezzo. Sono un’altra cosa e se riescono a diventare altro, in senso web, diventano la vera alternativa alla radio. Perché devo andare a sentire la web radio se ho già la radio con i suoi mille modi già di sentirla?

    autogol

Radio Costanzo Show raddoppia. Come è nata l’idea?

Costanzo è un personaggio che si è proposto a noi. Abbiamo avuto  la possibilità  di farlo entrare nel nostro gruppo. Perché lasciare un professionista di spessore come lui alla concorrenza? Secondo me lui stava benissimo a Rtl e aveva una radio con un target più vicino a lui. Poi abbiamo lavorato, ci siamo dati un anno di tempo per capire cosa poteva accadere. Abbiamo fatto questa scommessa, preoccupati anche della reazione che potesse avere il pubblico, perché arrivava da Mediaset, Costanzo cosa c’entra? Invece ci siamo accorti che gli indicatori sono stati molto positivi. Lui è ben voluto come persona, i giovani riconoscono in lui l’essere un monumento della comunicazione italiana. Quando lo ascolti è sempre una persona fortissima, lucidissima, che si ricorda tutto e ha una voglia di fare radio più di quanta ne abbia di fare televisione.

Antonio Tortolano

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