Notturno Italiano: LaMiaRadio intervista Carlo Posio

  • Novembre 21, 2016
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carlo posio

Oggi su Lamiaradio vi proponiamo l’intervista a Carlo Posio. Mantovano doc, pianista, presentatore radiotelevisivo e attore, Carlo è stato per quindici anni la voce del Notturno Italiano di Radio Rai, una delle trasmissioni più longeve e amate dell’etere nostrano, trasmessa ininterrottamente dal 1952 fino alla sua discussa chiusura decisa alla fine del 2011.
Il Notturno ha portato la migliore musica italiana nelle case di tanti italiani all’estero, sulle frequenze di Rai International: era inevitabile che le proteste per la sua soppressione superassero i confini nazionali.
Oltre al Notturno, Carlo ha avuto occasione di presentare una vera e propria istituzione radiofonica: l’Hit Parade del grande Lelio Luttazzi, uno dei suoi maestri.

Anche dopo la fine del Notturno Carlo Posio non ha mai smesso di raccontare la musica, il suo grande amore insieme alla radio, lavorando come ricercatore d’archivio per il contenitore musicale di Rai 2 “Emozioni”.

Carlo, ci racconti com’è nato il tuo amore per la radio?

Molto presto, da bambino, prima ancora di cominciare le scuole. Ricordo in dettaglio molte delle trasmissioni che ascoltavo dalla “Voxon Sportman” che rubavo a mio papà, una radio portatile bellissima rivestita di pelle nera (che ho ancora). Era la fine degli anni ’60, io avevo 5 anni e le radio private erano ancora molto lontane. Ascoltavo soprattutto la musica e i programmi di varietà, cosa che ho continuato a fare negli anni successivi, continuamente. Ricordo le trasmissioni di Federico Sanguigni, tipo “Gran Varietà”, con Dorelli, o “Batto Quattro” con Bramieri. Successivamente ero diventato un vero fan di “Alto Gradimento” che ha rappresentato il vero programma di rottura per I ragazzi della mia età.

Nell’avvicinarti al mestiere di speaker quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?

Essendo nato e vissuto con la Radio e la Televisione di una certa epoca, quella dei varietà di Falqui, la mia ispirazione è abbastanza tradizionale anche se poi sono cresciuto nelle primissime radio private (ho fatto il mio primo programma in diretta il 24 dicembre del 1976, all’età di 13 anni). Mi sono sempre ispirato e ho cercato di imparare il modo di comunicare dei vari presentatori “istituzionali” della Rai, anche se in effetti il mio modello di riferimento per la conduzione era Lelio Luttazzi, ma quello era un amore antico: ricordo molto bene l’espressione della mia maestra in prima elementare in occasione del patetico rito di “cosa farai da grande”… Dopo le varie risposte dei miei compagni (l’astronauta, il pilota, il cantante e tutte quelle cose che andavano di moda in quegli anni) io risposi senza esitare “quello che presenta le trasmissioni alla radio e alla televisione!” e di fronte all’espressione perplessa della maestra aggiunsi. “Lelio Luttazzi”…. Poi ho visto che scriveva qualcosa sul registro…. Poi ho cominciato ad ascoltare le prime radio quasi clandestine che arrivavano in Italia e ho scoperto un nuovo modo di comunicare, soprattutto con Radio Montecarlo e i suoi storici conduttori dai quali per la prima volta ho sentito il termine “disc jockey”. Quando sono arrivate anche in italia le primissime radio private tutti noi che cercavamo di imparare come si faceva ci siamo un po’ ispirati a quel modi più agile di fare radio. A Radio Montecarlo ammiravo soprattutto Awana Gana (diventato poi mio amico) e Roberto Arnaldi, molto vivace e originale, che adesso purtroppo non c’è più.

Nel corso della tua lunga carriera hai lavorato sia in radio che in televisione: a tuo giudizio, cosa rende il mezzo radiofonico speciale?

Più di tutto, il fatto che ogni cosa descritta o raccontata deve essere frutto dell’immaginazione di chi ascolta. Anche le voci assumono il volto che piace all’ascoltatore, che è sempre molto diverso da come è in realtà.

            carlo posio rai

Hai iniziato il mestiere di speaker nel periodo d’oro delle radio private, gli anni 70. Che clima si respirava in quegli anni? Quanto è stato importante quel periodo per la tua carriera?

Ho cominciato il lavoro in radio nella mia città, Mantova, senza sapere che poi sarebbe diventato il mio mestiere per buona parte della mia vita: era tutto molto sperimentale, c’era da parte di tutti un grande entusiasmo e la voglia di realizzare da soli delle cose che potevano essere condivise con gli altri, che potevano ascoltarci senza incontrarci o conoscerci. Il web era ancora lontanissimo ed inimmaginabile.
La sede della radio era allora un luogo dove si incontravano persone di ogni tipo, da quello che desiderava provare a fare il presentatore all’appassionato di musica che voleva condividere i suoi dischi e i suoi gusti, così come c’erano gli “impegnati”, che non mancavano mai e che vedevano la radio come uno strumento per fare carriera politica… Era un bazar, un club prevalentemente giovanile dove c’era spazio per tutti, poi eventualmente avveniva una selezione, ma c’era la voglia di creare qualcosa di nuovo e di speciale. Poi negli anni le radio private si sono evolute, anche professionalmente e per me, come per la maggior parte dei professionisti della mia generazione sono state fondamentali per imparare il mestiere sul campo, anche perché la sperimentazione dei primi anni non era più tollerata: cominciavano ad arrivare gli sponsor anche importanti che per comprare gli spazi pubblicitari chiedevano una professionalità diversa, così alla fine sono rimasti ad operare anche nei circuiti privati prevalentemente professionisti o almeno personaggi in grado di creare un prodotto professionale.
Nel mio caso specifico, le emittenti private sono state importantissime per acquisire un’esperienza “sul campo” che altrove non sarebbe stato possibile avere. Sono arrivato alla Rai con 15 anni di trasmissioni di ogni tipo alle spalle e migliaia di ore di microfono.

La tua collaborazione con Radio Rai è iniziata negli anni Novanta: che atmosfera si respirava negli storici studi di Via Asiago?

I primi programmi per RadioRai li ho condotti dal ’92, dove ero una delle voci di RadioDue che allora trasmetteva prevalentemente da via Asiago (il Centro di Saxa Rubra esisteva solo da un paio d’anni e non era ancora completamente operativo, soprattutto per la sezione radiofonica). Ho avuto l’opportunità di vivere gli ultimi momenti della vecchia Rai, prima dei cambiamenti radicali che avrebbero caratterizzato gli anni successivi, sia dal punto di vista tecnologico che del linguaggio. Era incredibile per me essere lì: non hai idea di quanto potesse essere lontana Roma da Mantova, non soltanto per i chilometri.
C’erano ancora operativi gli annunciatori e i conduttori che avevo seguito per tutta la vita: magari mi capitava di uscire dallo studio per una pausa della diretta e incontrare Gianni Agus che mi salutava con il suo famoso sorriso o incontrare nei corridoi Paolo Panelli o il maestro Canfora. Per me già da allora appassionato anche di storia della Radiotelevisione era come vivere un sogno. Per il resto, l’atmosfera, alla fine, non era molto diversa da quella che avevo vissuto nelle radio provinciali, solo che tutto era enorme e anche dalle piccole cose capivi che era la Radio, quella vera, che metteva anche un po’ di soggezione. Ricordo la primissima volta in cui mi presentarono lo studio da cui avrei trasmesso per diversi mesi (erano ancora in funzione i PT nel mezzanino con le finestre che davano su via Oslavia) di avere visto da vicino per la prima volta i magnetofoni Telefunken, bellissimi e indistruttibili, in funzione già dagli anni ’60 e ancora perfettamente funzionanti: credo di avere continuato a sorridere per almeno tre giorni.

         

Puoi raccontare brevemente ai nostri lettori cosa ha rappresentato il Notturno Italiano di Radio Rai nel panorama della radiofonia nazionale?

Il “Notturno Italiano” era prima di tutto la più longeva testata Rai sopravvissuta per oltre 50 anni nella programmazione radiotelevisiva Rai (la prima puntata era andata in onda nel 1952). Per gli ascoltatori era un’istituzione, un’abitudine radicata e costituiva la radio notturna per eccellenza.
Con l’introduzione delle rubriche sulla ricerca storica della Canzoni Italiana, impegno che ha visto i miei colleghi e me impegnati per 15 anni a ricercare materiali pressochè inediti in collezioni pubbliche ma soprattutto private, a riversare e proporre canzoni ormai perdute da supporti non sempre in buone condizioni, dall’approfondire e ricercare con i protagonisti dell’epoca il tema della musica ha fatto del “Notturno” un punto di riferimento per appassionati e collezionisti di tutte le età. Non è assolutamente vero che il programma fosse rivolto ad un pubblico essenzialmente sopra gli “anta” : noi stessi ci siamo stupiti nel constatare quanti giovani e giovanissimi di ogni parte del mondo fossero fedeli ascoltatori delle nostre fatiche!

Com’è iniziata la tua lunga avventura al Notturno Italiano?

Avevo appena terminato un periodo di lavoro in televisione abbastanza lungo. Ero stato regista di post produzione alla Rai di Torino per una coproduzione con la Disney e per l’estate avevo partecipato a “Unomattina” conducendo dei piccoli spazi di intrattenimento all’interno delle puntate, in diretta quotidiana. Non facevo radio da almeno un paio d’anni e i progetti erano rivolti a un mio ritorno a Torino, ma un giorno ho ricevuto una telefonata dal mio amico Beppe Vota, che era stato regista nelle mie trasmissioni di RadioDue: stavano cercando voci per un “restyling” del Notturno Italiano, programma che avevo amato fin dai tempi del liceo e che seguivo a volume bassissimo per non disturbare la mia famiglia con una radiolina nascosta sotto il cuscino e mi addormentavo così. Ho mandato un provino (oggi si dice “demo” a Piero Galletti, che era il curatore del programma e oggi uno dei miei amici più importanti. Piero mi ha chiamato e mi ha proposto di condurre 30 puntate. Ho chiamato Torino, rinunciando a un contratto con cachet doppio tanta era la voglia di tornare alla Radio. Poi è andata a finire che al “Notturno” ci sono rimasto per 15 anni, conducendo qualcosa come 700 puntate della trasmissione.

Qual è il più bel ricordo che conservi delle tante puntate che hai presentato?

Ne ho tanti, tutti legati alle oltre 1000 interviste realizzate, quasi tutte in diretta. Sono particolarmente affezionato al mio incontro con Nunzio Filogamo, che ho incontrato quasi centenario realizzando con lui una delle trasmissioni più belle. Ma i ricordi in 15 anni di vita e e di lavoro sono tantissimi, non saprei neanche da che parte cominciare. Con il “Notturno” ho potuto avvicinare ed incontrare praticamente tutti i miti artistici della mia vita… Con molti addirittura ho appofondito l’amicizia. Un periodo bello, irripetibile e straordinario.

Oltre al Notturno sei stato al timone di un’istituzione della radio italiana, la mitica Hit Parade di Lelio Luttazzi. Ci racconti l’emozione di quell’esperienza?

Una delle prime cose che ho fatto per radiodue era un progamma-contenitore che comprendeva, appunto, anche la storica “Hit Parade”, quella vera, che aveva condotto Lelio Luttazzi. Non mi è sembrato vero potere riesumare, in omaggio a Lelio, il famoso grido “Hiiiiiit Paraaaade” . In una puntata siamo riusciti anche a coinvolgere (per telefono) lo stesso Lelio Luttazzi. E’ stato divertente ed emozionante sapere di condurre uno degli appuntamenti storici di RadioDue proprio dagli stessi studi dove era nato tanti anni prima, anche se ormai era una delle ultime edizioni che la Rai avrebbe trasmesso.

Ad oggi consiglieresti ai giovani di intraprendere la carriera di speaker radiofonico?

Sono cambiate tante cose e il mondo dell Radio è diventato sempre più irraggiungibile. Oggi, forse, il modello che più si avvicina a quello delle Radio private è costituito dalla webradio, che è un campo che conosco poco e che, soprattutto in Italia, è ancora in una fase quasi sperimentale. Se c’è una passione comunque, penso sempre si debba approfondire. Occorre l’umiltà di imparare e di crescere, soprattutto imparando sul campo quello che non è un lavoro semplice e per il quale occorre tanta esperienza. Lo considero il lavoro più bello del mondo, come potrei non consigliare di provarci?

Marta Balzani

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