Riccardo Cucchi, l’amore per la radio e quell’intervista di 11 anni fa

  • Luglio 19, 2016
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Spesso mi chiedono quale sia il mio sogno professionale. Ho sempre risposto quello di essere uno degli inviati di Tutto il calcio minuto per minuto. Inutile scrivere di cosa si tratti. Posso solo dire che la magia di quel programma radiofonico mi ha rapito fin da bambino e ancora oggi, quando posso, continuo a preferire quel racconto delle partite rispetto alla più scontata televisione.

Ho avuto la fortuna di poter ascoltare le radiocronache di giganti come Sandro Ciotti ed Enrico Ameri fino al loro ultimo collegamento. E poi gli ultimi anni di quella generazione di grandi voci che hanno coniato una nuova terminologia.

Un degno erede di quella scuola è stato ed è Riccardo Cucchi, attuale caporedattore sport a RadioRai, prima voce di Tutto il calcio minuto per minuto e per vent’anni voce della Nazionale prima di passare il timone nel 2014 a Francesco Repice. Undici anni fa mi sono laureato in Comunicazione e ho pensato di scrivere una tesi sperimentale dal titolo “Dal calcio romantico al business mediatico”.

Un lavoro fatto un anno prima che scoppiasse Calciopoli, forse un segno del destino. In quel periodo ho realizzato diverse interviste. Ho discusso la tesi il 12 luglio 2005 all’Università La Sapienza con relatore Maurizio Costanzo. Ho fortemente voluto intervistare Riccardo Cucchi nella sede di Saxa Rubra per potermi far raccontare dal vivo tanti aneddoti legati alla radio e a quel programma.  L’intervista è datata 28 febbraio 2005, ma è molto attuale. Con Cucchi, gentiluomo d’altri tempi,  ho ripercorso la storia del calcio raccontato alla radio e in tv, analizzando i vari stili e linguaggi che hanno attraversato molti decenni. Per la prima volta la pubblico su un portale ed è giusto che fosse su  lamiaradio

Come ha deciso di avvicinarsi a questa professione e quali sono stati i suoi inizi ?

La grande passione. Fin da ragazzino, sono nato ascoltando la radio. La mia passione stava nell’ascoltare i radiodrammi, mi suscitavano una grande emozione. Sono convinto che la radio ti trasferisca delle emozioni che la televisione non è in grado di dare. Oltre al calcio mi piaceva sentire alla radio anche altri sport, mi appassionai al ciclismo grazie alle grandi voci come Ferretti e Provenzali. Sognavo talmente tanto di fare il radiocronista che coinvolsi perfino mio cugino con un vecchio registratore a bobine e ci divertivamo a fare “Tutto il calcio minuto per minuto” passandoci la linea.

Dopo gli studi e una laurea in Lettere, non avendo appoggi importanti, credevo di non aver possibilità di entrare in questo mondo. Facevo l’insegnante e l’educatore in un carcere minorile, quando nel 1979 la Rai bandì un concorso per l’avvio della terza rete televisiva. Era una grande occasione e vi partecipai. Riuscii a vincere il concorso, tra l’altro nella prova orale mi fecero fare una radiocronaca! La commissione pensava di mettermi in difficoltà, invece quella era sempre stata la mia passione e superai quest’esame senza difficoltà.

Fui assunto, non iniziai subito a seguire il calcio. Mi occupavo di cronaca nera che è sempre un‘ottima palestra per chi si affaccia a questo mestiere. Poi capitò una grande occasione, mi fecero girare per le sedi regionali per fare esperienza. Nel 1981 mi trovavo a Campobasso ed era in programma la gara tra la squadra locale e la Fiorentina, vice campione d’Italia. Era una gara di Coppa e allora il Campobasso era in serie B. Il caso della vita volle che proprio in quella circostanza il collega designato per seguire quella partita si ammalasse. Il capo redattore, conoscendo la mia passione mi diede l’opportunità di sostituire il collega più esperto ed anziano. Andò bene, da Roma mi ascoltarono e il responsabile della redazione sportiva mi volle conoscere e da allora iniziò tutto. Quindi ci vuole anche un po’ di fortuna.

                                           

Un suo punto di riferimento tra i radiocronisti?

Fortunatamente tutta la mia generazione ha incominciato a lavorare quando erano ancora in grandissima forma dei maestri come Ameri, Ciotti, Ferretti, Provenzali e all’epoca, naturalmente, c’era molta cautela nell’utilizzare i giovani che si affacciavano per la prima volta al mestiere. E quindi la prima cosa che ci invitavano a fare era quella di seguire il radiocronista designato, ma non come secondi. Il secondo di allora, che si sedeva accanto ad Ameri, restava lì in silenzio cercando di rubare i segreti del mestiere e al massimo poteva aiutare il cronista, magari segnando il numero dei calci d’angolo! Qualche volta potevamo fare qualche intervista ma erano cose rare. Poi gradualmente c’era una crescita.

Ricordo la mia prima partita in serie B, era la meno importante ma l’emozione era davvero grande. Per la prima volta, da radioascoltatore mi trovai dentro la trasmissione e non mi capacitavo di esserne uno dei protagonisti, anche se minore, ma comunque sempre protagonista perché sentivo in cuffia le voci che avevo ascoltato da ragazzo e io dovevo intervenire ogni tanto interagendo con loro. Mi sembrava una cosa impossibile, un sogno che si realizzava. E poi parallelamente, insieme all’avanzamento anagrafico di Ciotti, Ameri ed altri, noi che siamo riusciti a sopravvivere alla dura selezione sul campo, siamo subentrati a loro e da allora, diciamo dal 1994, raccontiamo il campionato italiano.

C’è qualche termine che ha “rubato” a dei maestri come Ameri e Ciotti?

Ho cercato di non farlo. Io credo che la straordinaria e inarrivabile capacità di fare radiocronache da parte di Ciotti e Ameri debba essere lasciata a loro. Sono stati grandi anche perché l’epoca in cui hanno lavorato gli consentiva di essere grandi. Erano gli unici e non c’erano altre voci. Chi voleva ascoltare le radiocronache doveva, per forza di cose, sintonizzarsi su Radio 1 e sentire Ciotti e Ameri. Ricordo un aneddoto significativo. All’epoca veniva trasmesso solo il secondo tempo e quindi fino al momento dell’inizio del programma dei primi tempi non si sapeva nulla. Abitavo a Roma in un palazzo non lontano dallo stadio Olimpico. Ricordo che per sapere cosa stesse facendo la mia squadra del cuore dovevo salire all’ultimo piano e riuscivo così a vedere, seppur da lontano, la partita.

Pensiamo a che potere, in senso buono, avevano i radiocronisti di quel periodo. Erano in grado di affascinare, ammaliare, conquistare. Penso che per queste ragioni e per la loro inarrivabile bravura, loro non debbano essere imitati. Credo che chiunque oggi tentasse di dire “spalti gremiti al limite della capienza” commetterebbe un grave errore, perché sono terminologie, espressioni, che appartengono al loro tempo. Ho cercato di sfruttare le conoscenze che attraverso il loro lavoro ho acquisito ma ho provato a modificare il linguaggio per non apparire una macchietta di due grandi.

          ciotti e ameri

Quali erano le differenze di linguaggio tra Ciotti e Ameri?

Sostanzialmente una. Peraltro sono convinto che la perfetta sintesi del radiocronista stia proprio nell’integrazione tra le qualità di Ameri, che era uno straordinario ammaliatore, aveva un ritmo incredibilmente elevato e le conoscenze tecniche di Ciotti che erano superiori a chiunque altro.

Ameri riusciva a vivere e a trasferire le emozioni dal campo ai radioascoltatori. Ciotti non aveva lo stesso ritmo ma credo che sia stato il più grande intenditore di calcio che la Rai abbia avuto. Tra l’altro da giovane ha anche giocato.

L’uno aveva la grande capacità di dare ritmo, emozioni e come dire il disegno complessivo, il racconto era straordinariamente efficace. Sandro invece aveva una grandissima competenza tecnica e sapendo di avere un ritmo meno veloce e arrembante di quello di Enrico, probabilmente con il tempo, anche penalizzato da quel calo di voce, che lo ha reso caratteristico, cercava di ovviare con un lessico ricercatissimo, pronto anche a delle sue invenzioni personali con una terminologia variegata, ricchissima. Aveva come una consecutio, la sintassi nei suoi racconti era straordinaria. Ma era naturale. Ricordo  che collaborava anche con alcuni giornali e dettava sessanta, settanta righe con cronache e commento, con punteggiatura, senza scrivere niente. Era perfetto, il suo talento era innato.

Ameri era molto più ansioso del suo collega. Enrico diceva che il microfono andava rispettato, bisogna avere anche la giusta paura di quel mezzo per evitare di sottovalutarlo e quindi di fare sciocchezze. Prima dell’inizio delle partite Enrico era agitatissimo e arrivava molto prima allo stadio, anche per evitare i contatti con qualche tifoso! Voleva entrare in sintonia con l’ambiente e coinvolgeva anche noi giovani cronisti. Ricordo aveva un feeling con il barman di San Siro con il quale si intratteneva a giocare a carte! Sandro era più spedito, aveva meno ansie ma l’ansia di Enrico svaniva nel momento in cui riceveva la linea e tutto si trasformava in una grande carica di adrenalina.

Lo stile di Riccardo Cucchi. Negli anni è rimasto fedele o ha modificato qualcosa rispetto agli inizi?

Certamente. È necessario modificarlo anche perché cambiano le generazioni. Nel senso che si può lavorare per 25-30 anni a buon livello e nel corso di questo lungo periodo nascono nuove generazioni. Ci ascoltano anziani, coetanei, ragazzi che si affacciano al mondo della radio. E’ chiaro che cambia la cultura, l’atteggiamento, la percezione del linguaggio anche perché non c’è più solo la radio ma ci sono moltissimi mezzi di comunicazione a cui si può far riferimento. E’ cambiato il linguaggio della televisione, della radio.

Le radio locali hanno inserito un modo di fare le radiocronache, che può piacere o meno ma che comunque ha modificato il linguaggio. Se noi rimanessimo legati ad un clichè vecchio stampo, rischieremmo di essere datati e soprattutto perderemmo la credibilità nei confronti di chi invece attende da te qualcosa di diverso. Il linguaggio dunque va modificato e bisogna sempre stare attenti per capire ciò che va cambiato.

cuc

Qualche termine che usava prima e quelli che invece utilizza oggi?

Una cosa che con il tempo ho cercato di valorizzare al massimo e spero di riuscirci è quella di visualizzare il più possibile la partita.

Partendo dal presupposto che oggi il radioascoltatore è anche un telespettatore, diciamo anche che diventa ascoltatore quando non può sintonizzarsi vicino alla televisione, e non è più abituato al linguaggio della radio. Prima c’era solo la radio e Carosio poteva dire e fare quello che voleva.

Oggi devi far capire al radioascoltatore che può rimanere incollato alla radio e può essere un mezzo non dico paragonato alla televisione, ma almeno della stessa importanza. Un modo per farlo è quello di rendere visiva la partita, cioè di localizzare il punto nel quale c’è il pallone nel momento in cui stai parlando. Molti radiocronisti non lo fanno. Esempio classico a Roma. Le radio locali: Montella Montella Montella gol. E non dicono Montella dove stava, che movimento ha fatto, come ha tirato. Vogliono spettacolarizzare ma non raccontano la partita.

Il racconto consiste nel fatto che devi avere dei riferimenti. Ognuno di noi ha dei sistemi. Personalmente nel tempo ho elaborato un mio modo di concepire il campo. Ad esempio la tre quarti, zona alta del campo. Una cosa che faccio sempre, anche perché tra i nostri ascoltatori ci sono molti non vedenti, raccontare il colore delle maglie, in che direzione la squadra attacca, verso destra o verso sinistra. Per evitare di dire sempre destra o sinistra puoi dire zona alta del campo o zona bassa. Altri termini che uso sono: linea mediana, cerchio di centrocampo, lunetta dell’area di rigore, sedici metri. Sono termini che aiutano l’ascoltatore a collocare l’azione ed è fondamentale secondo me per il racconto trasmettere visivamente quello che accade. Io penso che la cosa migliore sia quella di ricostruire l’immagine che stai vedendo nella sua mente. Se si riesce a fare questo si compie un gran lavoro e si instaura con il radioascoltatore un collegamento di percezione ma anche di sensazioni e sentimenti.

Evito di cristallizzarmi su alcune frasi. Vorrei evitare di acquisire dei termini da ripetere costantemente. In ogni radiocronaca cerco sempre di dire qualcosa di nuovo per non cadere nella ripetitività e nella noia. In base alla creatività e anche alla condizione di forma davanti a una nuova azione la cosa migliore è inventare. Per rendere più fresca e diversificata la cronaca.

                       bruno pizzul

Un suo parere sulle telecronache più classiche come quelle della Rai con Pizzul e Cerqueti e quelle, magari, più spettacolarizzate di Caressa a Sky.

Dico una cosa con orgoglio e forse anche narcisismo. I telecronisti di oggi, come quelli di Sky, hanno preso da noi radiocronisti. Non lavorano più come facevano una volta i Pizzul e prima ancora i Martellini, hanno trasformato una telecronaca in una radiocronaca.

La differenza tra queste due forme di comunicazione è una sola. La telecronaca ha bisogno soltanto di didascalie, come quelle che si mettono sotto una fotografia. In un giornale non c’è bisogno di descrivere la fotografia. Il telecronista non deve descrivere, quando sento alcuni colleghi che dicono: fuga sulla fascia di Van Der Meyde, ma io vedo che è lì , non c’è bisogno che lo dicano. Tanto è vero che il ritmo che sostengono durante la telecronaca, la quantità di parole che pronunciano è radiofonica, non è televisiva e non ci sono più spazi.

Invece il buon Pizzul, che a mio parere resta un esempio assoluto di perfezione,dava il pathos ma non si sarebbe mai permesso di sovrapporre una sua descrizione a quella che il telespettatore vedeva. Non arrivava agli eccessi di Martellini, che alla sua epoca pronunciava solo il nome del calciatore che toccava la palla, Nando faceva delle pause lunghissime. Forse occorre qualcosa in più, ma riempire di parole la telecronaca , secondo me , non è necessario.

E’ necessario farlo alla radio, perché molte cose non possono essere percepite. Invece in televisione non c’è bisogno di questa aggressione verbale.

Da questo punto di vista non amo lo stile della telecronaca, che tra l’altro ha sempre toni molto esasperati, molto celebrativi anche di fronte ad eventi che magari non meriterebbero tutta questa enfasi. Un conto è una finale di Champion’s League, un altro è con tutto il rispetto un Chievo – Livorno. L’urlo va calibrato, se si urla sempre si rischia di fare: al lupo, al lupo! La voce va modulata, anche in base al tipo di incontro che si racconta. Il batticuore ci può stare quando la posta in palio in quella partita è elevata, ma se l’incontro è di routine non ce ne bisogno.

Dall’uscita di scena, anche se oggi è tornato al lavoro di Pizzul e dall’avvento delle tv private e a pagamento, l’evoluzione della telecronaca non è andata in direzione di uno studio diverso, un approfondimento, un arricchimento di quella che era la telecronaca, ma è andata letteralmente a pescare in quella che era la radiocronaca.

Pizzul era uno che andava a lavorare senza appunti. I telecronisti d’oggi spesso infarciscono il racconto con moltissimi dati statistici, che possono essere utili ma rischiano di appesantire tutto.

È capitato, a volte, di vedere telecronisti che per dire quale numero di scarpa aveva un calciatore, perdevano lo sviluppo di un’azione importante che magari poi portava al gol. Il calcio, ormai , è a diffusione planetaria, i sistemi per avere informazioni sono tantissimi. Inutile, allora , infarcire di dati quando chi vede e chi sente sa già tutte quelle cose.

    caressa

Un parere sul calcio moderno e sul business che ci gira intorno

È un male forse inevitabile .E’ un male per la mia generazione, sono ormai 25 anni che lavoro nel calcio. Ho avuto modo di conoscere anche la coda di quell’altro calcio. Era possibile stare nell’albergo con le squadre, si potevano stringere rapporti di amicizia anche extra – calcistici. Andare a cena e non parlare di pallone.

Oggi ogni calciatore è un mondo a sé , un universo a sé, ha dieci manager, deve calibrare le parole, deve dosare le interviste che spesso vengono rilasciate solo quando fa comodo al calciatore o al manager. Il calcio d’oggi ha sperperato molto ma anche introitato molto. I guadagni, anche quelli dei campioni del mondo dell’82, non erano certo quelli di oggi. Non c’era una forza contrattuale. Ad esempio fino all’edizione del 1970, il Mondiale veniva trasmesso gratuitamente dalla Rai, non c’era bisogno di prendere accordi, perché la tv era considerato un mezzo di diffusione. Erano le Federazioni che ti chiedevano cortesemente di trasmettere il mondiale e la Rai lo faceva come dovere pubblico.

Oggi comprare un mondiale significa investire una quota di miliardi che rappresenta il bilancio di cinque anni di una azienda. Il calcio,oggi, ha molto più potere dei mezzi di informazione. La crisi finanziaria del calcio è legata al fatto che loro hanno calcolato male il tempo dell’incasso e hanno investito prima quello che nelle loro proiezioni pensavano di intascare. C’è stato l’avvento del digitale, pensa che alla mia epoca, gli unici ad andare in diretta dopo le partite eravamo noi. Ci portavano il calciatore, l’allenatore e facevamo l’intervista.

Oggi siamo tantissimi, abbiamo i tempi e il rischio è che magari chi deve parlare arriva esausto dopo mille domande, tutte uguali e non riesce più a dare una dichiarazione giusta e spontanea. Un tempo si intervistava il grande Nereo Rocco, uscivano sempre fuori cose interessanti, parole vere. Oggi è tutto finito, è plastica.

Nel futuro della radio ci saranno sempre grandi ascolti? O questi nuovi mezzi di comunicazione la faranno da padrone?

I dati dimostrano che continuiamo a fare grandi ascolti. Confesso che eravamo molto preoccupati per l’avvento della pay tv. Sky ha già alcuni milioni di abbonati, ma nonostante la tv digitale e tutte le tv private, che trasmettono le gare pur non avendone i diritti, noi continuiamo ad avere quattro, cinque , sei milioni di ascoltatori che ci seguono costantemente. Il segreto? La duttilità e la modernità del mezzo è vincente. Per vedere la televisione bisogna avere la possibilità di stare in qualche posto, devi essere stanziale, con una poltrona, un televisore. La nostra vita ci consente raramente, a meno che non si è particolarmente ricchi, di stare a casa tranquilli senza lavorare. Di conseguenza la maggior parte della nostra esistenza la passiamo in movimento e l’unico mezzo che ci consente di avere delle finestre sul mondo anche se siamo a lavoro o in qualsiasi altro posto è la radio. La flessibilità e la facilità del mezzo è fondamentale. Basta un cellulare, se un cronista si trova in una situazione che vale la pena di raccontare, si fa una chiamata alla redazione e se è il caso in pochi attimi si entra in linea diretta. Per collegamenti televisivi invece occorrono cavi, contro cavi, tecnici, parabole. E’ tutto più complicato.

In questo sta la giovinezza e la freschezza della radio. A me non piace quando si dice: la cara vecchia radio. Cara sì, ma vecchia solo perché ha tanti anni ma non è certo morta. La sera , in presenza di partite di Champion’s League, trasmesse in chiaro, noi riusciamo ugualmente a fare degli ascolti incredibili. I dati testimoniano che c’è un interesse crescente verso la radio, un pubblico enorme.

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Che ne pensa dell’interazione tra “Tutto il calcio minuto per minuto” e la trasmissione televisiva “Quelli che il calcio”?

Eravamo un po’ scettici quando ci fu proposta per la prima volta questa interazione , pensavamo potesse essere anche dannoso per i nostri ascolti. Oggi molti potrebbero vedere Quelli che il Calcio senza accendere la radio e conoscere ugualmente l’andamento delle partite. Però anche loro fanno quattro milioni di telespettatori e non hanno tolto molto alla radio.

Ai tempi di Ameri gli ascolti raggiungevano i dodici milioni, ma c’erano soltanto loro. Con gli anni non sono stati persi molti ascoltatori. La differenza è che oggi chi segue Quelli che il Calcio come la mamma, la sorella che prima non avrebbe mai seguito il calcio, per conciliare le esigenze degli uomini presenti in famiglia vedono Simona Ventura e sentono anche le partite.

Il famoso scudetto perso dalla Juventus a Perugia ci vide protagonisti. Ero presente allo stadio Curi e dall’Olimpico di Roma, dove la partita era finita un’ora prima, tutti rimasero ad ascoltare la radio per sapere il risultato che poteva dare lo scudetto alla Lazio. La radio è viva più che mai e non ci faranno fuori così facilmente.

Anche Murdoch teme la radio e tanto è vero che nella trattativa per i diritti sul calcio vorrebbe mettere dei paletti anche a noi.

Vedere le partite da casa in diretta è una grande conquista , ma è un qualcosa che costa e anche molto. Non tutti possono permetterselo. Quindi la radio, specialmente la nostra, svolge un preciso dovere e ruolo di servizio pubblico. Anche la Tv, ma loro arrivano dopo con Novantesimo minuto. Gli unici in diretta siamo noi.

Cosa ne pensa del calcio che approda nei reality show, come nel caso di Campioni?

Non amo i reality show, li considero una degenerazione della televisione. Guardonismo che non mi incuriosisce e non mi attrae. Credo che il calcio sia bello al suo stato puro. Campioni segue una squadra che milita nel campionato di Eccellenza, quello che è il vero calcio. Non credo che questi programmi aiutino questo tipo di calcio, quello genuino.

Il futuro di Riccardo Cucchi è in radio?

Certamente, la radio per me rappresenta un amore, impossibile da abbandonare. Quindi di sicuro il mio futuro è qui. Non sono per niente tentato dalla televisione. E aggiungo che la televisione è forma mentre la radio è sostanza. A me piace la sostanza.

Antonio Tortolano

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